Poker: gioco di fortuna o abilità?
La Corte britannica si pronuncerà la settimana prossima sul caso che vede imputato Derek Kelly, 46 anni, presidente del Gutshot Private Members’ Club di Clerkenwell (Londra), accusato di aver infranto il Gambling Act del 1968 (la legislazione che disciplina il gioco d’azzardo) organizzando nel suo club, sprovvisto di licenzadue partite di poker nella sua variante «Texas Hold’em».
La sentenza è molto attesa perché dovrà redimere l’annosa questione se nel poker conti maggiormente la fortuna o l’abilità dei giocatori. In base al Gambling Act inglese, la licenza è obbligatoria solo per indire giochi “di cieca fortuna”, come la roulette o il black-jack. Derek Kelly basa proprio sul testo della norma la propria difesa.
Non nasconde, infatti, di aver organizzato i due tornei di poker, tra il dicembre 2004 e il gennaio 2005 (nel primo caso aveva trattenuto una quota sulle vincite, nel secondo aveva chiesto una quota di partecipazione) sostenendo, però, di non aver bisogno di alcuna licenza dal momento in cui il poker, al pari degli scacchi e dei video-quiz, ne è esentato.
Kelly, sebbene non neghi l’importanza che nel poker riveste l’azzardo, sostiene che l’elemento determinate è l’abilità dei giocatori, e che quindi per organizzare tornei non occorra, appunto, alcun permesso. Di diverso avviso il pubblico ministero Graham Trembath: “non appena le carte sono state mischiate viene introdotto un elemento, significativo, di incertezza” ha affermato, “se c’è anche una minima componente di casualità, allora si tratta di un gioco di fortuna”.
Quindi la licenza per organizzare tornei è necessaria. Il pubblico ministero ha intanto preteso che i giurati venissero istruiti sulle regole, le tattiche e il gergo del gioco, “è indispensabile sapere ciò che si va a giudicare” ha spiegato. La sentenza, oltre alla curiosità che desta, potrebbe avere non pochi risvolti pratici: se Derek Kelly venisse assolto, tutti i pub del Regno Unito sarebbero autorizzati a organizzare tornei. agicos
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